I grandi Poeti



 

Natale

Guido Gozzano

                       

La pecorina di gesso,

sulla collina in cartone,

chiede umilmente permesso

ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina

il lago, freddo e un po’ tetro,

chiuso fra la borraccina,

verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino,

nel sogno (pianto e mistero)

c’è accanto a Gesù Bambino,

un bue giallo, un ciuco nero.

 

 

                            

La Befana

Guido Gozzano

 

Discesi dal lettino son là presso il camino,

grandi occhi estasiati,

i bimbi affaccendati a metter la scarpetta

che invita la Vecchietta a portar chicche e doni

per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi, sogna dolci e balocchi;

e Dori, il più piccino, accosta il suo visino

alla grande vetrata, per veder la sfilata

dei Magi, su nel cielo, nella notte di gelo.

Quelli passano intanto nel lor gemmato manto,

e li guida una stella nel cielo, la più bella.

Che visione incantata nella notte stellata!

E la vedono i bimbi, come vedono i nimbi

degli angeli festanti ne' lor candidi ammanti.

Bambini! Gioia e vita son la vision sentita

nel loro piccolo cuore ignaro del dolore.

 

 

                                      

Alla vigilia di Natale

Bertolt Brecht

                       

Oggi siamo seduti, alla vigilia

Di Natale, noi, gente misera,

in una gelida stanzetta,

il vento corre fuori, il vento entra.

Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo:

perché tu ci sei davvero necessario.

                        

 

 

Nevicata  

Giovanni Pascoli

 

Nevica: l'aria brulica di bianco;

la terra è bianca; neve sopra neve:

gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco:

cade del bianco con un tonfo lieve.

E le ventate soffiano di schianto

e per le vie mulina la bufera;

passano bimbi: un balbettìo di pianto;

passa una madre: passa una preghiera.

 

 

 

Gli zampognari

Giovanni Pascoli

 

Se comandasse lo zampognaro

che scende per il viale,

sai cosa direbbe il giorno di Natale?

"Voglio che in ogni casa

spunti dal pavimento

un albero fiorito

di stelle d'oro e d'argento" ...

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente

e hanno destato ne suoi tuguri

tutta la buona povera gente

 

 

 

Sera Festiva

Giovanni Pascoli

 

O mamma, o mammina, hai stirato

la nuova camicia di lino?

Non c'era laggiù tra il bucato,

sul bossolo o sul biancospino.

Su gli occhi tu tieni le mani...

Perché? non lo sai che domani...?

din don dan, din don dan.

Si parlano i bianchi villaggi

cantando in un lume di rosa:

dell'ombra de' monti selvaggi

si sente una romba festosa.

Tu tieni a gli orecchi le mani...

tu piangi; ed è festa domani...

din don dan, din don dan.

Tu pensi... Oh! ricordo: la pieve...

quanti anni ora sono? una sera...

il bimbo era freddo, di neve;

il bimbo era bianco, di cera:

allora sonò la campana

(perché non pareva lontana?)

din don dan, din don dan.

Sonavano a festa, come ora,

per l'angiolo; il nuovo angioletto

nel cielo volava a quell'ora;

ma tu lo volevi al tuo petto,

con noi, nella piccola zana:

gridavi; e lassù la campana...

din don dan, din don dan.

 

 

 

Le Ciaramelle

Giovanni Pascoli

 

Udii tra il sonno le ciaramelle,

ho udito un suono di ninne nanne.

Ci sono in cielo tutte le stelle,

ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente;

hanno destata ne' suoi tuguri

tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;

accende il lume sotto la trave;

sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,

di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,

là nella casa, qua su la siepe:

sembra la terra, prima di giorno,

un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle

paion restare come in attesa;

ed ecco alzare le ciaramelle

il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,

d'avanti il giorno, d'avanti il vero,

or che le stelle son là sublimi,

conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,

che non ancora s'accende il fuoco;

prima del grido delle campane

fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,

di tante cose! Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martóro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lagrime buone!