Il rapace si arrampicò nel cielo faticosamente. Fin dalle prime ore del giorno aveva invano scrutato il suolo laggiù, in basso, alla ricerca di una preda; ora che la sera allungava le ombre sulla pianura cominciava a sentire il dolore nei muscoli delle ali, un dolore fatto di fatica e frustrazione, pari quasi a quello della fame che le straziava lo stomaco.

     La giornata era stata particolarmente fredda e col calare del sole erano cominciati a cadere anche grossi fiocchi di neve che si posavano sulle sue penne rendendo più duro il volo e più incerta la ricerca del cibo. Si sarebbe contentata di un topo, un misero topo, come se invece di un’orgogliosa aquila reale nel fiore degli anni fosse stata una vecchia civetta spennacchiata! Stava ormai per rinunciare quando scorse un tenue bagliore proprio ai piedi del grande albero; insaccò il capo tra le spalle, tese le ali, allargò la coda e, come una grande foglia secca, cominciò a planare sostenuta da vento.

     Il ramo ondeggiò vibrando sotto il suo peso. Dall’albero piovvero manciate di neve sui brandelli di tetto della stalla e Oreste e Anselmo, rispettivamente un asino e un bue, alzando gli occhi al cielo scorsero il profilo del rapace nella luce incerta della luna.

-          Che ti salta in mente di combinare questo sconquasso? Per poco non svegliavi il bambino, disse Anselmo sottovoce. Vuoi assaggiare la punta del mio corno o farti accarezzare la pancia dagli zoccoli di Oreste?

-          Calma ragazzi, rispose Vittoria ( questo era il nome dell’aquila, un nome adeguato ad un simile animale ), che vi prende? Agitarsi per così poco…….

Anselmo piegò il muso verso terra e riprese a respirare furiosamente come in preda ad un attacco d’asma. Sbuffi densi di alito caldo fuoriuscivano anche dalle narici dilatate di Oreste formando una sorta di nebiolina ovattata.

     Vittoria strinse gli occhi fino a che divennero due piccole fessure e nella scarsa  luce della lampada ad olio scorse un cucciolo d’uomo, un fagottino di poche ore di vita accoccolato nella mangiatoia. Non saranno certo questi due babbei ad impedirmi di afferrare una così facile preda -pensò- Quando si accorgeranno di cosa è successo sarò già tra le nuvole insieme al cucciolo d’uomo. Si bilanciò meglio sul ramo, ripiegò le zampe, respirò profondamente e spiccò il salto verso la mangiatoia con gli artigli aperti e il becco spalancato.

     Il bambino girò il capo, allargò le braccine, aprì gli occhi ( e questo fu il suo primo miracolo perché i neonati hanno sempre gli occhi chiusi ) e li fissò in quelli di Vittoria. L’aquila non aveva mai provato niente di simile. Sentì quello sguardo penetrarle dentro, sempre più dentro, fino nel cuore. Sentì che tutto l’amore del mondo, l’amore che le aveva dato la sua mamma, l’amore che provava per i suoi piccoli era niente rispetto all’amore che emanava da quel cucciolo. Si sentì struggere dentro, come se il fuoco la ardesse. Quello sguardo non lo avrebbe mai dimenticato, anche se fosse morta e rinata mille volte. Poi non vide più nulla perché anche gli occhi di un’aquila diventano ciechi quando sono pieni di lacrime.

 

    

     Ora il cielo era tutto un chiarore. La coda della cometa aveva spazzato via le nuvole cariche di neve. Tornando al suo nido vide sotto di sé una lunga fila di uomini con le loro pecore, gli agnelli, i capretti. Vide le donne con le ceste colme di uova,  di ricotta, di frutta. Vide i grossi cani pastore correre avanti e indietro tra le greggi, scodinzolando.

     Volteggiò sopra il piccolo stagno e specchiandosi in esso vide riflessa l’immagine di un angelo.

 

 

Racconto donato da  ©Maurizio B., un amico indimenticabile che desidera restare anonimo

Carissimo Maurizio, grazie...