Queste pagine sono dedicate ad un Amico di cui vado particolarmente fiera, Don Roberto De Odorico

Parroco della Chiesa del SS. Sacramento a Tor De' Schiavi a Largo Agosta, 10 - Roma per 25 anni

ora promosso Segretario presso la Pontificia Università Lateranense.

Un'ascesa meritata, direi inevitabile, che non ha intaccato la sua semplicità, la sua essenza di

Conduttore di Anime verso Dio.

 

 

Un Sacerdote con un cuore che ama, rivolto verso il prossimo,

la storia della nostra Amicizia che dopo un quarto di secolo si consolida ogni giorno di più.

Tanti cosiddetti amici sono scomparsi dalla mia vita quando è diventata difficile, ma lui,

Don Roberto, mi è rimasto accanto sempre, in ogni occasione, triste o lieta.

 

 

Un Sacerdote che ha svolto il Suo Apostolato con umiltà e sincerità,

senza mai tirarsi indietro neanche quando veniva ingiustamente criticato...

 

Semplice criticare... Quando si contribuisce alla crescita di una Comunità Parrocchiale

diventano inevitabili gli scontri tra i diversi punti di vista.

 

Io so che le sue scelte sono sempre state fatte con il cuore,

tanta gente lo sa, altri vogliono ignorarlo.

 

A me non importa nulla di tutto questo...

 

Io conosco il suo Cuore meraviglioso.

 

 

Grazie Don Roberto!!!

Inizierò dalla fine... con un racconto e proseguirò con alcuni momenti salienti della nostra amicizia.

 

Don Roberto De Odorico, passi lievi nel mio cuore

Arrivai nel quartiere Prenestino nel 1976 quando acquistai una casa con il mio fidanzato che diventò mio marito due anni più tardi. Anni frenetici per i troppi cambiamenti. Tutto correva intorno a me, le nozze, l’arrivo della prima figlia, il lavoro, il nuovo quartiere così sconosciuto dove non trovavo l’atmosfera a cui ero abituata nel vecchio quartiere al tuscolano.

Troppo giovane… a 22 anni già avevo la prima figlia. Ricordo le mille difficoltà per adattarmi e mio marito non capiva perché lui in questo quartiere c’era nato. Durante le mie rare passeggiate per le nuove strade piene di gente chiaramente sconosciuta, un giorno entrai nella Chiesa del SS. Sacramento, la mia nuova parrocchia.

Anche qui notai che le persone erano tremendamente diverse da quelle che frequentavano la mia vecchia parrocchia. Il mio sgomento era totale.

Un quartiere dopo un periodo in cui ci abiti diventa come un paese ed in un paese il parroco è un'autorità importante, come il sindaco, il medico, il notaio, il farmacista. Presi contatto pian piano con la mia nuova realtà e cercavo di stabilire nuovi contatti anche se ero assente da casa tutto il giorno perché lavoravo. Il mio primo incontro con il parroco avvenne in occasione del battesimo di Valeria, la nostra prima figlia. Fu una sorpresa amara perché notai subito che il parroco era una persona lontana, misteriosa, avvolto nella sua tonaca nera, sia in sagrestia che in Chiesa parlava solo lui e mi resi conto che quasi nessuno lo capiva e cosa ancora più dolorosa, notai che a lui non importava il contatto umano con i parrocchiani.

Gli anni passarono ed arrivò un altro parroco, fortunatamente più alla mano del primo.

ll sacerdote comunque restava sempre una persona che sentivo distante. Gli anni correvano veloci e nacque anche Elisa, la nostra seconda figlia. Altro battesimo… un pochino meglio del primo. Le mie frequentazioni in Chiesa continuavano ad essere rare, continuavo ad andare alla Chiesa di S. Antonio o di Santa Maria Ausiliatrice al tuscolano.

 Intanto i miei genitori si erano trasferiti vicino casa nostra perché tra il lavoro e le bambine non sapevamo più come fare.

Tempo di fare amicizie non ne avevo, avevo un lavoro molto impegnativo e molto lontano da casa e quindi continuavo a vedere il quartiere come il mio non-quartiere. Per il poco tempo che trascorrevo andando a visitare i dintorni non cambiai il mio modo di vedere le cose: le amicizie le avevo proprio lasciate dove vivevo prima, qui non avevo punti di riferimento validi.

Quando le bimbe iniziarono l’asilo e poi la scuola qualcosa cambiò, perché determinati aspetti di contatto sociale diventarono obbligatori. Ed in quel periodo, venticinque anni fa, durante la S. Messa il Parroco annunciò l’arrivo del suo successore, Don Roberto De Odorico. Presi la notizia senza dargli troppa importanza. Ignoravo che stava arrivando invece quella “Colla speciale”  che mi avrebbe riportato volentieri a frequentare la Chiesa.

Don Roberto, un uomo giovane, poco più che trentenne che di botto mi spalancò il cuore verso la voce di Dio. Dalle sue Omelie iniziai ad imparare molte cose, iniziai a vedere in modo diverso e capii soltanto in quel momento quanto è importante una sana figura di parroco in un quartiere.

La nostra amicizia iniziò in sordina, ma le Omelie di Don Roberto man mano aprivano una breccia nel mio cuore. La nostra prima figlia intanto si preparava al Catechismo per ricevere la Prima Comunione, frequentava l’Oratorio ed io iniziavo a scongelarmi tra le persone che frequentavo in quelle occasioni pur mantenendo intatto il mio proverbiale riserbo.

Quel parroco divenne ben presto il mio parroco, la sua schiettezza e la sua personalità conquistarono la mia fiducia. A Don Roberto potevo mettere il cuore tra le mani per riaverlo poi rassicurato e pulito. Avevo trovato chi mi ascoltava e mi consigliava, ma soprattutto un uomo che mi ascoltava compenetrandosi nei miei problemi. Don Roberto pian piano diventò una parte importante della mia vita; un uomo che non comandava, non imponeva, ma che mi camminava accanto con umiltà.

Un giorno candidamente mi disse… tu pretendi troppo da me, un prete che nonostante la sua preparazione ha soltanto sette anni più di te… Per la prima volta non mi sentivo una pratica da sbrigare, ma una persona che aveva bisogno di cure spirituali. La sua grande cultura non la reclamizzava in nessun modo, ma notai che si sforzava di trovare risposte insieme a chi le stava cercando. Anche il Vangelo non parla di massa, di piazze e di Chiesa piena, ma di lievito. E se il lievito è vecchio e ammuffito, la pasta non sale e non diventerà mai pane. Don Roberto chiedeva tralci vivi nella vigna del Signore ed in me seminò il germoglio della Fede, mai vissuta come la stavo vivendo allora. Portò piano piano nel mio cuore il significato di Provvidenza, speranza, gioia.

Per me erano iniziati anni difficili di profondo disaccordo matrimoniale;  misi in ballo i miei valori man mano che la mia vita diventava invivibile. Non so quante volte andavo disperata in Chiesa a bussare alla porta di Don Roberto! Quante volte le mie lacrime si sono asciugate per merito delle sue parole!

 Durante un’Omelia domenicale avvenne quello che io chiamo evento speciale della mia vita da cristiana. Don Roberto con la sua pacatezza raccontò una fiaba… Il Principe Felice, che per chi non la conosce, trascriverò alla fine del mio racconto. Mi sorpresi, stavo letteralmente a bocca aperta mentre piangevo ascoltando il significato delle parole più belle come amore, dedizione, comprensione e condivisione. Da quel giorno il mio cuore cambiò e lo devo a lui, soltanto a lui, a quel Don Roberto che tutt’ora è praticamente il mio più caro amico, il mio padre spirituale, il mio confessore.

Da quel giorno il mio cuore cambiò e lo devo a lui, soltanto a lui, a quel Don Roberto che tutt’ora è praticamente il mio più caro amico, il mio padre spirituale, il mio confessore.Un rifugio in tanti avvenimenti dolorosi… la malattia e la morte di mio marito, quella di mia madre, la condivisione del dolore per la perdita dei suoi genitori eccezionali. La mamma di Don Roberto, mamma Maria come la chiamavo, era una donna speciale che mi ha insegnato tante cose, prima fra tutte l’umiltà e la dolcezza nell’adempiere i doveri che ogni madre e ogni sposa deve avere.

Decisi che il mio matrimonio doveva andare avanti, decisi che la vita andava vissuta accordandola come uno strumento alle necessità che via via si presentavano.

Mamma Maria in occasione della Missione Francescana mi insegnò tante cose e non ridete se vi confesso che mi insegnò come si tagliano le torte in modo corretto!  Trascorremmo quel periodo di Missione con una grande fatica fisica,  ma con una leggiadria spirituale che non ho mai dimenticato nel corso degli anni.

Mamma Maria in occasione della Missione Francescana mi insegnò tante cose e non ridete se vi confesso che mi insegnò come si tagliano le torte in modo corretto!  Trascorremmo quel periodo di Missione con una grande fatica fisica,  ma con una leggiadria spirituale che non ho mai dimenticato nel corso degli anni.Ed ora eccomi qui… ad avere un cruccio che mi increspa l’anima… Don Roberto non sarà più il nostro Parroco. L’apostolato di un Sacerdote consiste proprio in questa realtà ed io non riesco ad accettarla. So che il suo nuovo incarico è prestigioso e lui ne è all’altezza, ma io a volte quando esco di pomeriggio distrattamente mi dico… ora vado da Don Roberto a parlare un po’… poi mi rendo conto che non posso più farlo.

Il 29 giugno  scorso Don Roberto ha celebrato la sua ultima messa al SS. Sacramento ed io andai perché volevo salutarlo ed ascoltarlo come sempre.

Ero in fondo alla Chiesa e pian piano mi avvicinai un po’ di più, ma non riuscii ad andare molto avanti. Una forte emozione mi fermava le gambe e gli occhi si fermarono su di lui, sulla sua veste candida, sulla luce che emanava il suo volto sempre così sereno.Quante volte l’ho ascoltato! Eppure è riuscito sempre a sorprendermi. Un narratore della Parola di Dio capace di farmi restare sempre sorpresa dalla profondità dei suoi messaggi.

Con un sorriso rammento quante volte invece facevo fatica a tenere gli occhi aperti durante le Omelie di altri Sacerdoti. Con Don Roberto non è mai accaduto. Mentre parlava mi scorrevano nella mente i nostri venticinque anni di amicizia vera, sincera, dei suoi ammonimenti quando mettevo un piede in fallo…  Avere un amico significa trovare proprio questo: trovare quella persona speciale che non ti somministra pillole dorate, ma anche scossoni psicologicamente potenti  e violenti.

Continuavo a restare in fondo alla Chiesa ripetendomi che avrei potuto andare a trovarlo tutte le volte che volevo, mi autoconvincevo che un amico se è amico veramente, ti resta sotto la pelle, ma io sono sempre io… e il mio cuore cominciò a gonfiarsi per l’emozione.

L’emozione si sciolse in lacrime, ma io non volevo dare spettacolo né spiegazioni ai presenti, tanto non avrebbero capito.

In un attimo mi volto, esco dalla Chiesa e una volta fuori, mi inonda la luce del sole.

Il mio amico non l’ho salutato come avrei voluto. L’ho lasciato lì sull’Altare dove lo vidi la prima volta… Una parentesi lunga un quarto di secolo…

Ciao Roberto, sussurro pian piano… ti telefonerò non appena mi sarà passata questa voglia irrefrenabile di piangere…

Un’ultima cosa Amico mio… mi permetto di riportare fedelmente le parole pronunciate dal Nostro Santo Padre, Papa Francesco in occasione dell’incontro con il clero romano il 6 marzo 2014…

“Il prete è chiamato ad avere un cuore che si commuove. I preti asettici, da laboratorio, non aiutano la Chiesa”.

Quindi anche il Papa è d’accordo con me… GRAZIE DON ROBERTO!!!

 

 

Mamma Maria, la dolce mamma di Don Roberto, dolce ma  tanto determinata, positiva e forte ha percorso la sua vita in modo esemplare. Ci sia di esempio.

 

Cara Mamma Maria ora che sei tra gli Angeli e abbracciata a Gesù

prega per noi....

Ti voglio bene

Daniela

 

 

 

Il principe felice (di Oscar Wilde)

 

Alta sulla città, su di una possente colonna si ergeva la statua del Principe Felice. Egli era interamente rivestivo di sottili foglie d'oro purissimo, i suoi occhi erano due fulgidi zaffiri, e un grande rubino vermiglio scintillava sull'elsa della sua spada.

Era molto ammirato da tutti, senza eccezioni.

"E' bello come un galletto-banderuola", osservò uno dei Consiglieri della Città, che voleva guadagnarsi la fama di uomo dotato di gusti artistici "però non è altrettanto utile", soggiunge, nel timore che la gente lo giudicasse poco pratico, ciò che in verità non era.

"Non potresti assomigliare al Principe Felice?" chiese una giovane sensibile mamma al suo bimbo, che stava piangendo perché voleva la luna. "Il Principe Felice non si sogna di piangere per nessuna ragione al mondo".

"Sono lieto che esista su questa terra qualcuno perfettamente felice" borbottò un uomo disilluso gettando uno sguardo alla meravigliosa statua.

"Sembra proprio un angelo", dissero i chierichetti uscendo dalla cattedrale con le loro mantelline di un vivido scarlatto e i lindi camici bianchi.

"Come fatte a saperlo?" Chiese il Professore di Matematica. "Avete forse mai visto un angelo?"

"Certo, Signore; nei nostri sogni", risposero i bambini; e il Professore di Matematica aggrottò la fronte e assunse un fiero cipiglio, poiché non approvava che i bambini sognassero.

Una notte volò sulla città una piccola Rondine. Le sue compagne se n'erano partite tutte per l'Egitto già sei settimane prima, ma lei era rimasta, perché s'era innamorata del più splendido dei Giunchi che avesse ami incontrato. In primavera, un giorno che volava giù lungo il fiume inseguendo una grande falena gialla, era stata tanto colpita dalla sua snella figura che si era fermata a conversare con lui.

"Mi permetti di amarti?" gli aveva chiesto la Rondine, che preferiva subito mettere le cose in chiaro; e il Giungo le aveva fatto un profondo inchino. E lei aveva continuato a svolazzargli intorno, sfiorando l'acqua di striscio con le ali e producendovi increspature d'argento. era questo il suo modo di corteggiare, ed era durato tutta l'estate.

"E' un attaccamento ridicolo", garrivano le altre Rondinelle, "il Giungo non ha una lira, e per giunta ha un'infinità di parenti"; in effetti il fiume era pieno di Giunchi.

Poi, quando sopraggiunse l'autunno, le Rondini se ne volarono via tute. Quando se ne furono andate, essa si sentì molto sola, e incominciò a stancarsi del suo fidanzato. "Non è capace della minima conversazione, e temo che sia un vanesio, perché sta sempre a frascheggiare con la brezza".

In verità, ogni qualvolta soffiava la brezza, il Giunco le faceva i più amabili inchini. "Ammetto che ha qualità casalinghe", rifletteva la Rondine, ma "a me piace viaggiare, e perciò anche a mio marito dovrebbero piacere i viaggi".

"Verrai via con me? gli chiese alla fine, ma il Giunco scosse la testa, era troppo attaccato alla sua terra.

"Ti sei preso gioco di me!" gli gridò la Rondine. "Io parto per le Piramidi. Addio!" e se ne volò via.

Volò per tutto il giorno, e a notte giunse alla città.

"Dove potrò sistemarmi?" si chiese. "Spero che la città abbia fatto dei preparativi".

Vide allora la statua sull'alta colonna. "Prenderò alloggio lì. E' una bella posizione, con aria fresca quanta se ne vuole", e si posò proprio fra i piedi del Principe Felice. "Ho una camera da letto d'oro" mormorò a se stessa, e si preparò a dormire; ma proprio mentre stava ripiegando la testa sotto l'ala, una grossa goccia d'acqua cadde su di lei. "Che strano!" esclamò. Non c'è una nuvola in tutto il cielo, le stelle sono limpide e chiare, eppure piove. Nel Nord Europa il clima è veramente orribile. Al Giunco piaceva la pioggia, ma si trattava semplicemente di egoismo".

In quel momento cadde una seconda goccia.

"A che serve una statua se non ripara dalla pioggia? Bisogna che vada in cerca di un buon comignolo!", e decise di volarsene via.

Ma prima che dispiegasse le ali, ecco cadere una terza goccia. La Rondine guardò in alto, e vide… Ah, che vide allora!

Gli occhi del Principe Felice erano pieni di lacrime, e lacrime scorrevano giù per le guance dorate.  Il suo volto era così bello nell'albore lunare che la Rondine si sentì presa da una grande pietà.

"Chi sei?" gli chiese.

"Sono il Principe Felice".

"E perché piangi allora?", chiese la Rondine. "Mi hai inzuppata tutta".

"Quand'ero vivo e avevo un cuore umano", rispose la statua, "non sapevo che cosa fossero le lacrime, perché vivevo nel Palazzo della Gioia, dove al dolore non era permesso entrare. Di giorno giocavo coi miei compagni nel giardino, e la sera davo inizio alle danze nella Grande Sala. Intorno al giardino correva un muro molto alto, ma non mi preoccupai mai di chiedere cosa vi fosse al di là, tanto era meraviglioso ciò che mi circondava.

I miei cortigiani mi chiamavano il Principe Felice, e felice io ero infatti, se il piacere è felicità. Così sono vissuto, e così sono morto. E ora che sono morto, mi hanno posto quassù, tanto in alto che posso vedere tutte le brutture e le miserie della mia città, e sebbene il mio cuore sia di piombo, non posso fare altro che piangere".

"Come? Non è d'oro massiccio?, disse fra sé la Rondine. Era troppo educata per fare osservazioni personali ad alta voce.

"Lontano laggiù", continuò la statua con voce sommessa e melodiosa, "in una piccola strada vi è una povera casa. Una delle finestre è aperta, e attraverso di essa vedo una donna seduta davanti a una tavola. Il suo volto è magro e consunto, le mani sono ruvide e arrossate, tutte segnate dalle punture dell'ago, poiché fa la cucitrice. Sta ricamando delle passiflore su una veste di seta che la più leggiadra delle damigelle d'onore della Regina indosserà al prossimo ballo di Corte. Su un letto in un angolo della stanza giace il suo piccolo figlio malato. Ha la febbre, e chiede delle arance. La mamma non ha altro da offrirgli che acqua di fiume, e così il bimbo piange. Rondine, Rondine, piccola Rondine, non vorresti portarle il rubino che sta sull'elsa della mia spada? Oh i miei piedi sono fissati a questo piedistallo e io non posso muovermi".

"Sono attesa in Egitto", disse la Rondine. Le mie amiche volano su e giù lungo il Nilo, e parlano ai grandi fiori di loto. Fra poco andranno a dormire nella tomba del gran Re. Il Re in persona vi giace, richiuso nel suo cofano dipinto. E' avvolto in bende di lino giallo, e imbalsamato con spezie e aromi. Intorno al collo ha una catena di giada verde-pallido e le sue mani sembrano foglie avvizzite".

"Rondine, Rondine, piccola Rondine, disse il Principe, "non vuoi prestare con me per una notte, ed essere la mia messaggera? Quel bimbo ha tanta sete, e la sua mamma è tanto triste".

"Non credo che mi piacciano i bambini", rispose la Rondine. "L'estate scorsa, quando stavo nei pressi del fiume, c'erano due ragazzi molto villani, i figli del mugnaio, che mi lanciavano sempre delle pietre. Naturalmente non riuscivano a colpirmi, noi rondini voliamo troppo bene per lasciarci colpire, e poi io vengo da una famiglia famosa per la sua agilità; ma, in ogni caso, era una vera e propria mancanza di rispetto".

Ma il Principe Felice sembrava così triste che la piccola Rondine si impietosì. "Fa molto freddo qua", disse, "ma resterò con te per una notte, e sarò la tua messaggera".

"Grazie piccola rondine", disse il Principe.

Così la Rondine spiccò il grande rubino dalla spada del Principe, e volò via tenendolo nel becco sopra i tetti della città.

Passò vicino al campanile della cattedrale, dove erano scolpiti gli angeli di marmo bianco. Passò a lato del palazzo e udì i suoni delle danze.

Una bellissima fanciulla uscì sul balcone col suo innamorato. "Come sono meravigliose le stelle!", stava dicendole lui. "E com'è meravigliosa la potenza dell'amore!" "Spero che il mio vestito sia pronto in tempo per il ballo di Corte", diceva in risposta lei. "Ho ordinato di ricamarvi sopra delle passiflore, ma le cucitrici sono così pigre!"

La Rondine passò sopra il fiume, e vide le lanterne accese agli alberi delle navi. Passò sopra il Ghetto, e vide i vecchi Ebrei intenti a negoziare e a pesare il denaro su bilance di rame, Infine giunse alla povera casa e guardò dentro. Il bambino si agitava febbrilmente nel letto e, la madre si era addormentata, tant'era stanca. La Rondine si tuffò nella stanza e posò il grosso rubino sul tavolo, vicino al ditale della donna. Poi volò lieve intorno al letto, ventilando con le ali la fronte del fanciullo. "Che bel fresco sento!", disse il bimbo. Si vede che sto meglio", e sprofondò in un delizioso sopore.

Allora la Rondine ritornò a volo dal Principe Felice, ed egli le chiese che cosa avesse fatto. "E' strano", osservò lei, "ma sento un gran caldo ora, sebbene faccia tanto freddo".

"E' perché hai compiuto una buona azione", disse il Principe. E la piccola Rondine incominciò a pensare, e poi si addormentò. Pensare le faceva sempre venir sonno.

Quando s'affacciò il giorno, volò al fiume e si fece un bel bagno. "Che fenomeno interessante!" disse il Professore di Ornitologia, osservando lo spettacolo dal ponte. "Una rondine d'inverno!" E scrisse una lunga lettera in proposito al giornale locale. Tutti la citarono, era piena zeppa di parole che nessuno riusciva a capire.

"Stasera vado in Egitto", pensava ad alta voce la Rondine, sentendosi rianimare a quell'idea. Visitò tutti i monumenti della città, indugiando a lungo sulla cuspide del campanile della chiesa. Ovunque andasse, i Passeri cinguettavano dicendosi l'un l'altro: "Che forestiera raffinata!" e ciò la lusingava oltremodo.

Quando spuntò la luna, la Rondine ritornò a volo dal Principe Felice. "Hai qualche incarico da affidarmi per l'Egitto?" , gli disse. "Sono in partenza".

"Rondine, Rondine, piccola rondine", disse il Principe, "non vuoi restare con me ancora una notte?"

"Sono attesa in Egitto", rispose la  Rondine. "Domani le mie amiche voleranno su fino alla Seconda Cataratta, Là giacciono gli ippopotami fra i giunchi, e su un ampio trono di granito siede il Dio Memnone. Tutta la notte egli fissa le stelle; quando appare la stella del mattino egli manda un grido di gioia, e poi torna al suo silenzio. A Mezzogiorno i leoni gialli scendono sull'orlo dell'acqua per abbeverarsi. Hanno occhi simili a verdi berilli, e il loro ruggito è più forte del ruggito della cataratta.

"Rondine, Rondine, piccola Rondine", disse il Principe, "laggiù all'estremo lembo della città, vedo un giovane in una soffitta. E' chino su uno scrittoio ingombro di carte, e in una coppa accanto a lui c'è un mazzo di violette appassite. I suoi capelli sono un'onda bruna, le sue labbra una rossa melagrana, gli occhi grandi e sognanti. Egli sta cercando di terminare una commedia per il Direttore del Teatro, ma ha tropo freddo per poter continuare a scrivere. Nel caminetto non c'è più fuoco, e la fame lo ha smagrito".

"Resterò con te un'altra notte", disse la Rondine, che in verità aveva buon cuore.  "Devo portargli   un altro rubino?"

"Ahimé! Non ho più rubini" disse il Principe. "Mi restano solo gli occhi. sono fatti di zaffiri rari, portati dall'India mille anni fa. Spiccamene uno e portarglielo. Egli lo venderà al gioielliere, e comprerà del cibo e della legna, e finirà la sua commedia".

"Caro Principe", disse la rondine, "non posso far questo", e cominciò a piangere.

"Rondine, Rondine, piccola Rondine", disse il Principe, "fa' quello che ti ordino".

Così la Rondine spiccò un occhio al Principe e volò via, verso la soffitta dello studente. era piuttosto facile entrarvi, perché c'era un buco nel soffitto; essa vi si tuffò ed entrò nella stanza. Il giovane si teneva il capo fra le mani, sicché non udì il frullo delle sue ali, e quando sollevò lo sguardo vide lo splendido zaffiro fra le violette appassite.

"Comincio a esser apprezzato", esclamò, "questo è certo il dono di qualche grande ammiratore. Ora posso completare la mia commedia", e il suo volto si illuminò di gioia.

Il giorno seguente la Rondine volò giù al porto. Si posò sull'albero maestro di un grande vascello e osservò attentamente i marinai che con funi tiravano grosse casse dalla stiva. "Issa, oh!", urlavano a ogni cassa che veniva alla luce. "Sto partendo per l'Egitto!" gridò la rondine, ma nessuno le badò, e quando spuntò la luna essa ritornò a volo dal Principe Felice.

"Sono venuta a dirti addio", gli disse con voce di pianto.

"Rondine, Rondine, piccola Rondine", disse il Principe, "non vuoi restare con me ancora una notte?"

"E' inverno", rispose la rondine, "presto sarà qui la gelida neve. In Egitto il sole è caldo sui verdi palmeti, e i coccodrilli giacciono nella mota e si guardano intorno pigramente. Le mie compagne si fabbricano il nido nel Tempio di Baalbec, e le colombe rosee e bianche le stanno guardando, e tubano tra loro. Mio caro Principe, io devo lasciarti, ma non ti scorderò mai, e la prossima primavera ti porterò due magnifiche gemme al posto di quelle che hai regalato. Il rubino sarà più rosso di una rosa rossa, e lo zaffiro sarà azzurro come il vasto mare".

"Nella piazza qua sotto", disse il Principe Felice, "c'è una piccola fiammiferaia. Ha lasciato cadere i suoi fiammiferi nel rigagnolo e si sono tutti rovinati. Suo padre la picchierà se non porta a casa del denaro,  e la bimba sta piangendo. Non ha scarpe, né calze, e la sua piccola testa è nuda. Spiccami l'altro occhio e portaglielo, così suo padre non la picchierà".

"Io resterò con te un'altra notte", disse la rondine, "ma non posso toglierti l'occhio. Diverresti completamente cieco".

"Rondine, Rondine, piccola Rondine", disse il Principe, "fa' quello che ti ordino".

Così la rondine spiccò l'altro occhio al Principe, e saettò via con esso. Si calò giù in volo accanto alla piccola fiammiferaia, e le lasciò cadere la gemma nel palmo della mano. "Che grazioso pezzetto di vetro!" esclamò la bimba; e corse a casa tutta contenta.

Allora la rondine tornò dal Principe. "Tu sei cieco ora", gli disse, "e così resterò con te per sempre".

"No, piccola Rondine", disse il povero Principe, "tu devi andare in Egitto".

"Resterò con te, per sempre", disse la Rondine, e si addormentò ai piedi del Principe.

Il giorno seguente si posò sulla spalla di lui, e gli raccontò di tutto quello che aveva visto nei paesi più remoti. Gli raccontò degli ibis rossi, che stanno in lunghe file sui banchi del Nilo, e prendono col becco pesci d'oro; della Sfinge che è vecchia quanto il mondo e vive nel deserto e sa ogni cosa; dei mercanti che seguono passo passo i loro cammelli portando in mano chicchi d'ambra; del Re delle Montagne della Luna, che è nero come l'ebano, e adora un enorme cristallo; del grande serpente verde che dorme in un palmizio, e ha venti sacerdoti che lo nutrono con focacce al miele; e dei pigmei che navigano su un vasto lago, sopra ampie foglie piatte, e sono sempre in lotta con le farfalle.

"Cara piccola Rondine", disse il Principe, "tu mi racconti cose meravigliose, ma non vi è cosa più meravigliosa della sofferenza degli esseri umani. C'è un Mistero più grande del Dolore. Vola sulla mia città, piccola Rondine, e poi dimmi ciò che hai veduto".

Così la Rondine volò sopra la vasta città, e vide i ricchi che se la spassavano nelle loro sontuose dimore, mentre i mendicanti sedevano ai cancelli. Volò nei vicoli tetri, e vide i volti pallidi dei bambini macilenti che guardavano fuori, svogliatamente, nelle strade nere. Sotto l'arco di un ponte due fanciullini stavano distesi abbracciati, stringendosi l'uno all'altro per procurarsi un po' di calore. "Abbiamo fame!", gemevano. "Non potete stare lì!", gridò la Guardia Notturna, ed essi se ne andarono raminghi sotto la pioggia.

Allora la Rondine ritornò a volo dal Principe e gli raccontò quel che aveva veduto.

"Io sono ricoperto d'oro fino", disse il Principe, "tu devi togliermelo foglia a foglia, e portarlo ai miei poveri; i vivi pensano sempre che l'oro possa renderli felici".

Foglia a foglia la Rondine tolse col becco l'oro che rivestiva il Principe, finché egli apparve del tutto opaco e grigio. Foglia a foglia essa portò ai poveri l'oro, e i volti dei bimbi si fecero rosei, ed essi risero e andarono a giocare per le vie. "Abbiamo il pane, adesso!", gridavano, esultanti.

Poi venne la neve, e dopo la neve il gelo. Le strade sembravano d'argento, così candide e scintillanti; lunghi ghiaccioli, simili a pugnali di cristallo, pendevano giù dalle grondaie delle case, la gente usciva in pelliccia e i ragazzi indossavano cappuccetti rossi e pattinavano sul ghiaccio.

La povera piccola rondine sentiva sempre più freddo, ma non riusciva ad abbandonare il suo Principe, gli voleva troppo bene. Beccava briciole qua e là, davanti all'uscio del fornaio quando lui non vedeva, e cercava di tenersi calda sbattendo le ali.

Ma alla fine capì che stava per morire. Trovò ancora la forza per volare un'ultima volta sulla spalla del Principe. "Addio, mio caro Principe", mormorò. "Mi permetti di baciarti la mano?"

"Sono contento che tu vada in Egitto, finalmente, piccola Rondine", disse il Principe, "£sei rimasta qui troppo a lungo; ma devi baciarmi sulle labbra, perché io ti amo".

"Non è l'Egitto il luogo in cui sto andando", rispose la Rondine. "Sto andando alla Casa della Morte. La morte è la sorella del Sonno, non è così?"

E baciò il Principe Felice sulle labbra, e cadde morta ai suoi piedi. In quello stesso momento uno strano schianto risuonò all'interno della statua, come se qualcosa si fosse spezzato. Di fatto, il cuore dei piombo si era rotto in due. Senza dubbio, c'era un gelo tremendo.

La mattina seguente, di buon'ora, il Sindaco attraversava la piazza in compagnia dei Consiglieri della Città. Quando furono nei pressi della colonna, egli guardò in su verso la statua. "Oh povero me!", esclamò. "Com'è malridotto il Principe Felice!".

"Malridotto davvero!", fecero i Consiglieri, che erano sempre d'accordo col Sindaco; e l'osservarono anch'essi con attenzione.

"Il rubino è caduto dall'elsa della spada, gli occhi sono spariti, e non c'è più un filo d'oro", disse il Sindaco. "In verità, sembra quasi un mendicante".

"Quasi un mendicante!", fecero eco i Consiglieri.

"E c'è perfino un uccello morto ai suoi piedi!", continuò il Sindaco. "Dobbiamo proprio bandire un proclama affinché agli uccelli non sia consentito di morire qui". E il Segretario Comunale prese gli appunti del caso.

Così la statua del Principe Felice fu abbattuta. "non è più bella, dunque non ha più alcuna utilità", disse il Professore d'Arte dell'Accademia.

Fecero fondere la statua in una fornace, e il Sindaco riunì i Consiglieri. in assemblea per decidere cosa si dovesse fare del metallo. "Un'altra statua, naturalmente,", egli concluse, "e sarà la mia".

"la mia", ripeté ciascuno dei Consiglieri, e si misero a litigare.

L'ultima volta che sentii parlare di loro, stavano ancora litigando. Ma ci fu una cosa che stupì il sovrintendente ai lavori della fonderia. "Incredibile! Questo cuore di piombo non si vuole fondere nella fornace. Bisognerà gettarlo via".Così lo gettarono su un mucchio di immondizie, dove anche la Rondine morta era finita a giacere.

"Portami le due cose più preziose della città", disse Dio a uno dei suoi Angeli; e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccellino morto.

"Hai scelto bene" disse Dio, "perché nel mio giardino in Paradiso questo uccellino canterà per sempre e nella mia città d'oro il Principe Felice reciterà in eterno le mie lodi".